
Vedere uno come Mark Webber sul gradino più alto non può che fare piacere. Non perché è il terzo vincitore diverso dall’inizio del mondiale. Nemmeno perché il mondiale pare riaperto. Non certo perché dopo 28 anni è il primo australiano a vincere nuovamente nei GP. La vittoria di Mark Webber – che le leggende metropolitane della F1 vogliono abbia fatto anche l’idraulico pur di trovare i soldi per correre in macchina – è un segnale importante per la F1. Potrebbe anche rimanere la sua unica vittoria, anche se difficilmente sarà così. Da ieri però qualcosa nell’olimpo della F1 moderna si è risistemato: come quando una lunga malattia lascia intravedere i primi segni di ripresa. Un piccolo movimento senza le stampelle, una mano ferita che torna a brandire un oggetto con forza. Già, perché correre curvoni a 300 all’ora, sudare dentro ad un abitacolo con 750 cavalli dietro alla schiena da domare deve essere qualcosa di più che pigiare una serie di pulsanti colorati eseguendo gli ordini dell’auricolare. Perché non posso credere che nel suo tempo libero un pilota di F1 si faccia spalmare la crema su uno yacht attraccato a Montecarlo e posi per le riviste di moda insieme alla fidanzata in abiti succinti. Mark Webber nella pausa invernale dai GP organizza gare multisportive (250 km di mountain bike, kayak e trekking) e magari si fa anche tirare sotto da una macchina, come successo appena qualche mese fa. Mark Webber sta con la stessa donna (che è anche il suo manager) da 14 anni. Mark Webber si capottava correndo con un prototipo Mercedes a 320 Km/h su un rettilineo di Le Mans 10 anni fa. Due giorni dopo tornava sulla stessa auto, e nello stesso punto capottava di nuovo, questa volta a 340 Km/h. Sembra strano dire “una volta” riferendosi a poco più di dieci anni fa, ma “una volta” i piloti si formavano nelle categorie più disparate: la F1 era un traguardo raggiungibile con calma nella piena maturità sportiva dei trent’anni. Oggi sei tenuto a vincere un mondiale prima di avere imparato a parlare da solo. Ben venga il mediano Mark: basso profilo, spalle larghe e faccia da duro. Facciano conoscere Mark il prima possibile a Jaime Alguersuari, il poppante che stanno per far salire sulla Toro Rosso: forse, una volta sfilato il casco, si renderà conto della differenza che passa tra un uomo e un bambino.
(Incidente a Peter Dumbreck nel ‘99 a Le Mans – identico ai due precedenti di Mark Webber il giovedì e il sabato nel warm-up della 24 ore – altre immagini su Youtube.com)





